Sono passati sei mesi dalla scomparsa di Simone Besco.
Sei mesi da quando un ragazzo di appena quattordici anni ha smesso di respirare futuro. Sei mesi da quando una famiglia vive in un tempo sospeso, fatto di domande senza risposta, di notti che non finiscono mai, di un silenzio che pesa più di qualsiasi parola.
Il tempo, per chi resta, non cura.
Il tempo, quando manca la verità, diventa un nemico.
Simone aveva quattordici anni. Un’età fragile, bellissima, imperfetta. L’età in cui si cresce troppo in fretta e si è ancora bambini. L’età dei sogni appena accennati, delle paure non dette, delle promesse che nessuno dovrebbe avere il diritto di spezzare. E invece Simone non c’è più. E attorno alla sua assenza si è creato un vuoto che grida.
A gridare non è solo una famiglia.
A gridare è una comunità intera che chiede una cosa sola: giustizia.
Sei mesi sono un’eternità per chi aspetta.
Sei mesi sono nulla per i meccanismi lenti, farraginosi, spesso disumani della giustizia. Ma quando a morire è un ragazzo, quando a essere spezzata è un’adolescenza, la lentezza non è neutra: diventa una seconda ferita. Diventa una colpa morale.
Ogni giorno senza risposte è un giorno in cui Simone muore di nuovo.
Muore nella rassegnazione, nell’oblio, nel rischio che il suo nome diventi solo un ricordo sbiadito, una notizia archiviata, un caso che “segue il suo corso”.
Ma il corso della giustizia non può ignorare il corso della vita.
E la vita di un ragazzo di quattordici anni vale più di qualsiasi cavillo, più di qualsiasi rinvio, più di qualsiasi silenzio istituzionale.
Non si chiede vendetta.
Si chiede verità.
Si chiede responsabilità.
Si chiede rispetto.
Rispetto per Simone, che non può più parlare.
Rispetto per chi lo ha amato e continua a farlo ogni giorno, anche nel dolore.
Rispetto per tutti quei ragazzi che oggi guardano il mondo degli adulti e si chiedono se davvero qualcuno sia pronto a proteggerli.
Ricordare Simone oggi, a sei mesi dalla sua scomparsa, non è un atto simbolico. È un dovere. È un gesto di resistenza contro l’indifferenza. È la scelta di non voltarsi dall’altra parte.
Perché una società che accetta la lentezza della giustizia quando muore un ragazzo è una società che sta rinunciando a se stessa.
Simone Besco aveva quattordici anni.
Aveva una vita davanti.
E noi abbiamo il dovere di non lasciarlo solo, neanche adesso.
Soprattutto adesso.









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